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Capri nel mito delle Sirene

La prima scoperta di Capri si deve ad Ottaviano, quando, nell’anno 29 a.C., di ritorno dall’Oriente, con negli occhi ancora la visione delle isole dell’arcipelago natanti nell’azzurro dell’Egeo, veleggiava verso Napoli

faraglioniChiuso il lungo periodo della sua remota civiltà preistorica, accompagnato dalla vicenda geologica della sua formazione di isola, Capri entra nel grande evento della colonizzazione greca della Campania.
Ma culti e miti la staccano dalle altre colonie greche del golfo: il mito delle sirene che si propagò con il culto e il nome di Partenope alla più vetusta Palaepolis e la leggenda di un popolo di teleboi trasferitosi dalla rocciosa Acarnania alla non meno rocciosa Capri.

Fin dalla sua prima colonizzazione la conformazione dell’isola, tagliata in due settori dalla parete del Solaro, predispose il suo particolare sviluppo demografico: centro marittimo Capri con la sua acropoli e il suo approdo rivolto verso il golfo, centro montano e silvestre Anacapri sul dorso e sulle pendici occidentali del Solaro; formazione analoga a quelle dimolte isole dello Ionio e dell’Egeo. Ma scarso rilievo ebbe, e comprensibilmente, negli avvenimenti storici della Campania greca, etrusca e sannitica, e quando Cuma decadde, gravitò naturalmente intorno a Neapolis, la nuova metropoli del golfo.

La prima scoperta di Capri si deve ad Ottaviano, non ancora Augusto, quando, nell’anno 29 a.C., di ritorno dall’Oriente, con negli occhi ancora la visione delle isole dell’arcipelago natanti nell’azzurro dell’Egeo, veleggiava verso Napoli.
Doppiato il capo Ateneo (punta Campanella), s’innalzava ancora sul promontorio il tempio d’Atena; in un anfratto roccioso s’intravedeva il venerando santuario delle Sirene e gli scogli delle Sirenusse rilucevano del bianco ossame dei naufraghi attirati dal canto malioso, gli balzarono innanzi le rupi eccelse di Capri e le cuspidi giganti dei faraglioni.

Mentre a Roma gli stavano apparecchiando il trionfo, egli sbarcò a Capri e, tra umili case, boschi e sacelli, spechi sacri al le ninfe e due quiete cittaduzze, gli parve di aver ritrovatou n pezzo della divina Ellade.
E come ad Enea nella foresta di Cuma era rifulso il magico ramo d’oro, così un singolare prodigio salutò il primo sbarco di Augusto a Capri; un leccio, annoso e rinsecchito, s’era improvvisamente rinverdito di nuove fronde e germogli, fausto presagio per chi doveva dare nuova vita al vecchio ceppo della repubblica.

Tale fu la letizia di quel soggiorno che Ottaviano non esitò a compiere il suo primo atto d’impero: tolse Capri dalle dipendenze di Napoli e ne fece un possedimento privato del demanio dell’ormai nascente principato, restituendo in compenso a Napoli la più grande e ricca isola d’ Ischia.

Cominciò d’allora la vita mediterranea di Capri, passata dalla sua solitaria esistenza d’isoletta greca a centro della vita imperiale. Vi fece Augusto frequenti e beati soggiorni estivi fin quasi alla vigilia della sua morte (14d.C.); ne fece Tiberio una vera e propria residenza imperiale per oltre un decennio (27 -37 d.C.) e non la lasciò che per morire vicino, a Miseno (37 d.C.).
Ma se Augusto amò Capri di sereno amore, Tiberio ne fu, vecchio e misantropo, splendido e geloso amante, e intorno a quel suo amore cupo e a quella sua amara voluttà d’esilio e di solitudine è sorto il mito di Tiberio, la leggenda che anima ancora di fosca luce le deserte rovine dei palazzi e delle ville romane di Capri.

Mitico sembra il numero delle dodici ville che Tiberio, a detta di Tacito. avrebbe costruito a Capri, pari al numero delle dodici divinità dell’Olimpo, con ad ogni nume la sua sede e l’imperatore in funzione di ospite e di sacerdote d’ognuna di quelle divine magioni, sicché pare fosse quasi sacro il peregrinare dalla villa di Giove a quella di Mercurio, dalla villa di Diana a quella di Venere.
Eppure Tiberio passa per un ipocondriaco bilioso e per un vecchio libidinoso in cerca di erotismi  senili!

Fra quel terrestre zodiaco di ville, tre almeno eccellono per vera e propria grandiosità di strutture e vastità di superficie: quella che, sotto il nome olimpico di Villa Jovis, corona il vertice del promontorio orientale dell’isola, arce, cittadella e capitolio, dove Giove e il suo pontefice in terra, Tiberio, potevano circondarsi di corrusco, minaccioso o rasserenante fulgore;  la seconda sull’opposto promontorio dell’isola, là dove l’altopiano d’Anacapri, digradando in terrazze di olivi e carrubi, si rispiana e si rassoda nel pianoro di Damecuta, prima di balzare vertiginosamente nel segreto gorgo della Grotta Azzurra; la terza, infine, distesa pianamente lungo il litorale alla brezza del maestrale, tra una selva di lecci, che ha il nome sonante di Palazzo a mare e che al mare discende con i Bagni di Tiberio, la sola costruzione marittima che lascia supporre che i romani, amanti di tuffarsi nelle acque del Tevere, usassero a Capri anche il bagno di mare.
Tre ville, tre stupende bellezze di luoghi, tre quote altimetriche; una summa, una media, una ima come i gironi della cavea d’uno spettacoloso teatro che aveva come fondale il golfo di Napoli.
Spentosi con la caduta del l’impero ogni ricordo della vita imperiale di Capri, nell’età medievale e moderna l’isola, esposta alle scorrerie delle flotte saracene in rotta fra il Garigliano e Agropoli, abbandonata a se stessa, con la popolazione decimata dalle catture e dalle epidemie e costretta a rifugiarsi dalla marina sulle alture entro la cerchia delle mura dell’abitato e in più muniti castelli, ebbe una vita grama, povera di risorse e, all’infuori di qualche più audace e fortunato atto di pirateria, povera di eventi storici.

Tornata a far parte dello stato napoletano, non partecipò peraltro né alle strenue ed eroiche lotte del ducato, né alle vicende del succedersi della dinastia angioina, aragonese, spagnola e borbonica.
I suoi rapporti con i re e viceré di Napoli si ridussero a chiedere e ottenere immunità, privilegi ed esenzioni dalle gabelle e dai tributi con processi e petizioni senza fine;  a questo si aggiunsero, nel sei e settecento, le rivalità e le liti fra i due comuni dell’isola per la regolamentazione dei reciproci diritti di giurisdizione civile e religiosa.
La nuova architettura caprese crebbe e maturò lentamente tra le rovine delle ville romane, cosicché anche l’edilizia religiosa e monastica, con le più antiche chiese e la monumentale certosa, trovò in un artigianato locale, ancora fede le alla tradizione delle maestranze romane, e nell’edilizia pubblica e privata caprese le sue più schiette creazioni; e nella copertura a volta della casa caprese ebbe il più armonioso e razionale accordo con l’ambiente naturale e con l’esigenza dell’approvvigionamento idrico.

Castelli, chiese e abitazioni intessono, con i ruderi umilio grandiosi delle ville romane, la più mirabile e modulata consonanza di volumi, di forme e di colore intorno al paesaggio caprese.
Cosicché dall’aerea e chiusa cittadella della villa imperiale sullo strapiombo delle rocce del monte Tiberio all’aulica e monumentale certosa rinserrata tra le alture di Tuoro e del Castiglione, davanti alla prorompente forza dei faraglioni,  il passaggio, tra quell’eremo imperiale e l’eremo monastico, sembra ovvio e naturale.
Ma la Capri d’oggi è nata dalla scoperta o riscoperta della Grotta Azzurra. L’isola. dopo aver inteso tuonare, in alcune calde giornate dell’ottobre 1808, le artiglierie del presidio inglese della torre di Damecuta e del monte Solaro contro i legni della flottiglia di Gioacchino Murat, era tornata beatamente al suo ozio solare.

Qualche gregario del corpo dei Corsican Rangers organizzato da Hudson Lowe, a cui non sembrerà vero di vendicarsi dello smacco caprese diventando carceriere di Napoleone,  o qualche troupier della vecchia guardia napoleonica avevano finito con il piantare le tende nell’isola emetter su casa, figliuoli e bottega;  e più d’un tronfio kolbak s’era mutato nel berretto a fiocco del pescatore caprese.
Il romanticismo, come favoriva gli estrosi poetici vagabondaggi dal nord al sud, era anche gentile galeotto di amorosi connubi tra forestieri e isolani.
Ma tramontata anche su Napoli la meteora napoleonica, Capri era tornata alla sua beata pace. I ruderi romani, accuratamente spogliati dei preziosi pavimenti in tarsie marmoree negli scavi del settecento, o distrutti e spianati dal piazzamento delle batterie inglesi e francesi, richiamavano ormai più l’interesse degli eruditi che dei cercatori di anticaglie.

Golette, tartane e feluche facevano la traversata del golfo, prendendo vento e mare come Dio voleva e facendo pregustare ai viaggiatori che vi si avventuravano tutte le delizie delle Bocche di Capri.
Di tanto in tanto qualche legno della marina borbonica gettava le ancore dinanzi alla Marina Grande, protetta solo dagli scogli affioranti del vecchio porto romano: erano visite di ospiti illustri, spesso regali , fatte in occasione del passo delle quaglie, quando tutta l’isola era un immenso paretaio e sua maestà il re, cacciando con mute di cani e di cacciatori quei poveri uccelli migratori, alleggeriva il pasto dei buoni capresi e il reddito della mensa vescovile.
Ai forestieri, pochi e buoni, poeti e scrittor i i più, che sbarcavano nell’isola dopo essersi rinfrescata la memoria con la lettura dell’Odissea e il mito delle sirene, bastava all’approdo una gagliarda muta di asini da inforcare, guidati e pungolati da una frotta più numerosa di monelli per le belle vie mulattiere ombrate da pergole fino alla piazzetta del paese che, senza i ranghi serrati dei tavolini dei caffè, le evoluzioni degli autobus e le strepitose folle domenicali, li accoglieva con il più cordiale silenzio e dava l’impressione d’essere giunti alle soglie del regno dei beati.

Al di là della parete del Solaro, Anacapri, legata alla marina da una scala rocciosa tesa come una cordata alla rupe del San Michele, chiusa e inaccessibile, si librava sul suo sereno pianoro come una terra favolosa lontana dal commercio degli uomini.
Al forestiero disceso dalla sua eroica cavalcatura si aprivano allora le porte dell’unica locanda di Capri, della famiglia Pagano che metteva a disposizione dell’ospite non solo buona cucina e miglior vino, ma la biblioteca e la dottrina del notaio del paese, al quale la lettura delle atrocità di Tiberio, nel testo latino di Tacito e Svetonio, dava il peso di un’indiscussa autorità.
In quella locanda maturò, nell’agosto del 1826 – tra l’erudizione del notaio, gli scongiuri d’uno zio canonico, la scaltra furbizia d’un pescatore e lo spirito avventuroso di due stranieri, la scoperta della Grotta Azzurra , secondo il cordiale racconto che ne fece uno degli scopritori, Augusto Kopisch.

Scoperta autentica perché, fosse o no conosciuta da altri pescatori e primi descrittori dell’isola, così come fu certamente nota ai romani, il suo ingresso ufficiale nelle bellezze naturali dell’isola data da quel tempo e da allora il turismo caprese si è alimentato del magico colore della Grotta Azzurra.

Così il mito delle sirene incantatrici è tornato là dov’era nato, nel seno delle acque e nei recessi d ‘una rupe incantata, che l’uomo può violare sottoponendosi a entrarvi per una stretta fessura , prono e supino come per pagare, con una pena corporale, il premio di un ‘iniziazione sacra.

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