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Capri, una strada come opera d’arte: da via Krupp alla locanda Pagano

Capri, una strada come opera d’arte

Capri, una strada come opera d’arte. Guardandosi intorno nella piazza di Capri, si direbbe che, tra chiesa, campanile e municipio, tutto sia stato più o meno sempre così: ed invece proprio lo spazio era diverso molti anni fa. Se si guarda a terra si vede che il pavimento di mattoni della terrazza confina con quello a blocchi di pietra della piazza: ora, lungo questa linea di separazione, sorgeva ancora, intorno al 1920, un rustico parapetto in muratura dal quale i turisti si affacciavano a guardare la montagna di Anacapri, gli agrumeti ed il mare. Venne poi la terrazza a rendere assai più ampia e comoda la visuale ed essa ora scavalca l’antica strada di accesso che conduce alla porta di piazza e che prima correva ai piedi del parapetto. In un’incisione, eseguita poco prima del 1860 e pubblicata da Gregorovius, nella sua descrizione dell’isola, è visibile la prima porta che era situata poco più in basso e che fu poi demolita.

Ma assai più curioso è un disegno, minuziosamente tracciato da Giacinto Gigante nel 1829, e nel quale è riconoscibile l’antico ponte levatoio, con le sue catene ed il piano di legno.

Un’altra scomparsa singolarità della piazza è rivelata da un disegno, eseguito dallo stesso autore nel 1842: qui si riconosce un muro continuo che finisce contro il campanile in maniera da chiudere nettamente lo spazio lasciando visibile il paesaggio, verso occidente, soltanto attraverso due aperture ad arco. Allora, dunque, la piazza doveva presentarsi come un grande cortile rustico dal quale la vista esterna era limitata alle suddette aperture, proprio come una loggia rispetto ad un ambiente chiuso; e del resto, che bisogno avevano i capresi di contemplare il paesaggio? Essi ne scoprivano un po’ dovunque, non appena volgevano gli occhi intorno.

Così noi possiamo riconoscere, nell’abbassamento del muro a semplice parapetto, il compiersi della prima grande metamorfosi della piazza, a vantaggio dei turisti; e finalmente, nell’abolizione del parapetto, la terza ed ultima fase . Come Napoli fu una città piena di chiese e conventi, anche Capri fu un’isola conventuale; anzi è noto che dall’attività e dall’assistenza dei conventi i capresi traevano gran parte dei loro mezzi di vita. Capri, una strada come opera d'arte immagineOra, tornando alla piazza, sappiamo che prima del 1683 (quando cioè ebbe inizio la bella chiesa attuale, ad opera dell’amalfitano Desiderio Marziano, capostipite dei locali maestri di muro, o cosiddetti ‘marzanielli’) sorgeva sullo stesso luogo una vetusta cattedrale di forma bizantina, così come è ancor oggi bizantina la piccola chiesa di San Costanzo, presso la Marina Grande (Capri, una strada come opera d’arte – Chiesa di San Costanzo).

Essendo però quella di piazza una chiesa vescovile, il suo interno doveva articolarsi in modo più complesso; quasi certamente a tre navate come la chiesa attuale e come quella di Positano di cui però tuttora sussiste qualche raro e prezioso elemento della primitiva impronta bizantina e romanica. Ma non basta: ad accentuare il carattere ecclesiastico della piccola piazza sorgeva un’altra chiesa dedicata al Battista, e precisamente là dove è ora il maggior caffè; essa congiungeva così l’insieme della cattedrale alla sede vescovile, situata al posto dell’attuale municipio. Capri, una strada come opera d'arte immaginiInoltre, gli accessi coperti alle due stradine Longano e Fuorlovado, che fanno capo alla piazza, sono certamente antichi come le strade stesse però essi conduce Yano a povere e modeste case.

In altre parole, l’ambiente intorno alla piazza non dovette esser tale da bastare a caratterizzarla anche come spazio profano, luogo di mercato, eccetera; così come si vede essere trasformato in più complessi organismi di vita rurale.

Per oltre quattro secoli, e precisamente per tutto il tempo che la vicina certosa ebbe grande autorità e larghezza di mezzi, la piazza dovette funzionare essenzialmente come stazione tra la certosa stessa e la via del mare. Finalmente la piazza confina con le merlature medievali, ancora riconoscibili presso il campanile al di sopra dei residui blocchi del muro greco; anche per questo dunque essa si definisce come un piano situato al limite dell’abitato più antico.

A chi poi mi domandasse se la piazza può essere già stata presente al tempo di Tiberio risponderei che la cosa è assai probabile, se non certa. tenuto conto dell’ubicazione dell’antica porta di accesso rispetto all’andamento del muro greco; e ancora di più perché il breve tratto pianeggiante, prima ancora di essere una realtà urbanistica, dovette costituire il naturale punto d’incontro di tutte le vie di accesso, sia dal basso che dall’alto (Capri, una strada come opera d’arte –Tiberio).

«Al presente egli vi ha nel l’ isola ogni sorta di comodità che possono dai viaggiatori ricercarsi. E senza parla re di piccole locande, è l’isola fornita di due comodissimi alberghi, capaci di contenere qualunque numero di forestieri; l’uno domandato Locanda Pagano, e l’altro Nuovo Albergo della villa di Londra; abituri decentissimi, e provveduti di tutto il convenevole».

Queste parole scriveva, tra il 1830 ed il 1834, Rosario Mangani, nelle sue Ricerche storiche sull’isola di Capri. Dunque il turismo caprese ha già un secolo e mezzo di vita (come del resto quello amalfitano, di cui abbiamo testimonianza in qualche pagina di Matteo Camera), i visitatori del sei e settecento erano stati rari pionieri o esploratori di antichità; ma intorno al 1830 si trattava ad ogni modo di un numero troppo esiguo di turisti perché la poverissima economia dell’isola potesse trarne sensibile beneficio.

Lo stesso Mangani, infatti, aggiunge che «spenti i monasteri, e spento il vescovado mancarono agli abitanti assai mezzi per procacciarsi del vitto, e molti indigenti rimasero orbati della sussistenza che da questi luoghi solevano avere».

Egli è ben lontano dall’immaginare che in pochi decenni i forestieri sarebbero diventati assai più numerosi, e propone, come rimedio alla locale povertà, che si faccia ricorso all’«arte ed industria», dato che «la malvagità della terra [ … ] scogliosa ed affatto sterile» non lascia intravedere la possibilità di un considerevole incremento dell’agricoltura. Come si vede. è lo stesso discorso che oggi si fa a proposito delle aree depresse.

Comunque, se è vero che in non pochi luoghi di eccezionale bellezza del nostro paese si procede ad incrementare le industrie a danno di una già prosperosa attività turistica, a Capri il problema è ormai quello di porre freno alle iniziative edilizie che fanno assegnamento su un sempre crescente afflusso di forestieri. L’ isola non è che un piccolo scoglio sul quale troppi appetiti si sono concentrati perché sia possibile difendere quello che resta con disposizioni ispirate ai consueti compromessi. L’espressione ‘opera d’arte’ viene spesso usata in sede tecnica per indicare opere che, normalmente, con l’arte non hanno nulla a che fare. Però può anche accadere che una strada , ad esempio, riesca ad essere un ‘opera d’arte nel pieno significato estetico della parola. In tal senso, un caso veramente positivo mi pare quello offerto dalla via Krupp, che discende dai giardini di Augusto verso la Marina Piccola: un cammino pedonale, tagliato nella roccia con accorta sensibilità verso la circostante natura, e quindi tale da esaltare ed arricchire con la sua presenza il paesaggio dell’isola.

Questa strada si svolge sinuosa, allo stesso modo di un bruco che eviti ogni asperità del terreno, descrivendo lievi curve per risparmiare un sasso; essa ricerca sempre nuovi angoli visuali per la veduta dei faraglioni o della costa, in direzione della Marina Piccola, così che la varietà del paesaggio induce a fermarsi qua e là, e la stanchezza del cammino è dimenticata. Dall’alto della terrazza dei giardini di Augusto, la visuale di insieme dei tornanti è come quella di un’astratta composizione plastica: un nastro intagliato nella roccia, che chi guarda si compiace di contemplare dall’alto della terrazza prima di entrarvi dentro e percorrerne il cammino. La via Krupp fu modellata dall’ingegnere Emilio Maier fra il 1900 ed il 1905.

Oggi essa va ricordata come esempio per tante opere pubbliche che si sono andate eseguendo in base ad appalti-concorso, e quasi sempre con totale indifferenza verso quello che dovrebbe essere il primo obiettivo da raggiungere: la scoperta di nuove bellezze e non l’alienazione di quella che già esiste.

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