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Decumano Maggiore

DECUMANO MAGGIORE VIA TRIBUNALI

 SAN PIETRO A MAIELLA

La chiesa di San Pietro a Maiella fu costruita, nel 1299, dai Celestini con i fondi donati da Pipino da Barletta, che aveva sconfitto la colonia dei saraceni a Lucera, nel luogo dove tuttora é ubicata, tra la omonima via e piazza Miraglia (Policlinico Vecchio). La chiesa fu intitolata all'eremita Pietro Angeleri da Morrone che divenne papa nel 1294, per soli cinque mesi, con il nome di Celestino V.
Originariamente la chiesa era allineata con il campanile, sotto il quale c’è l’ingresso oggi laterale della chiesa, probabilmente e, aveva pianta quasi quadrata e le pareti affrescate. Successivamente la chiesa subì diverse modifiche, grazie ai fondi elargiti da Alfonso II d'Aragona verso la fine del 1400, la navata fu allungata e furono aggiunte due cappelle per lato. Intorno alla metà del seicento fu radicalmente trasformata, con rivestimento delle pareti di stucchi e marmi, il rialzamento della zona absidale e la creazione del nuovo soffitto cassettonato in sostituzione di quello antico a capriate. L’interno è a tre navate con cappelle e transetto, il già ricordato soffitto cassettonato intagliato e dorato nel quale sono inserite le tele di Mattia Preti (Episodi della vita di S.Pietro Celestino, nella navata, e Scene tratte dalla vita di S.Caterina d’Alessandria, nel transetto). Alla stessa epoca  risale l’altare maggiore, disegnato dal Fanzago e terminato dai fratelli carraresi Grezzi: decorato con intarsi di marmi policromi, inserti di madreperla e di pietre dure.
Dopo gli eventi della Repubblica partenopea del 1799, le orde del Cardinale Ruffo saccheggiarono e distrussero (scacciandone i Celestini) la chiesa e l'annesso convento che, nel 1826, divenne Real collegio di Musica. Nel 1836 San Pietro a Maiella fu restaurato ad opera dell'architetto Celentano che, tra l'altro, fece imbiancare alcuni affreschi risalenti al 1300: si sono conservati solo due cicli ed un pannello con l’immagine della Madonna del Soccorso, posto tra la prima e la seconda cappella a sinistra del transetto. A questo affresco è legato un episodio storico: Don Giovanni d’Austria, figlio di Carlo V e comandante della flotta cristiana, invocò davanti a questa immagine l’aiuto della Madonna. Dopo la battaglia vittoriosa di Lepanto (1571), ritornò in questa chiesa e donò ai frati celestini la sua nave ammiraglia, mentre i suoi soldati lasciarono le loro armi come ex-voto ai piedi dell’immagine. Gli affreschi della Cappella Leonessa risalgono alla seconda metà del trecento, opera di un anonimo maestro che prese il nome dalla cappella stessa; stessa epoca per gli affreschi della Cappella Pipino, Storie della Maddalena e di S.Paolo, opera di un anonimo seguace di Roberto d’Oderisio e dal cosiddetto Maestro di Giovanni Barrile. Tali affreschi denotano l’influenza della cultura avignonese e della scuola giottesca a Napoli. Notevole il pavimento maiolicato della prima cappella a sinistra del presbiterio, di fattura napoletana della seconda metà del XV secolo.
Altri maldestri interventi accaddero, fino alla completa deturpazione della chiesa. Solo nel 1888 si pensò a porre rimedio allo scempio che aveva devastato San Pietro ed i lavori durarono quasi 50 anni: si conclusero solo nel 1933.
Il campanile (che somiglia, nelle sue forme essenziali, proprio al campanile della cattedrale di Lucera) fu edificato contemporaneamente alla chiesa, ha pianta quadrata con la cella campanaria ottagonale, coronata da una cuspide piramidale (in origine la cuspide era a forma di cono, poi trasformata per ragioni di staticità). Il rinvenimento alla sua base di blocchi di piperno non riscontrati in altre parti del complesso, ne fa ipotizzare la costruzione sul luogo di una torre più antica.  L’originario allineamento della chiesa con il campanile, fonti storiche che la volevano sorta presso la Porta Donnorso (Porta Nova de Domino Ursitata) ed il fatto che il campanile sia in parallelo con il vicoletto che separa S.Pietro a Maiella dal Complesso Domenicano, fanno ritenere che questo tratto finale del Decumano non fosse rettilineo, ma che il suo naturale prosieguo verso Chiaia, e quindi verso il porto, fosse proprio detto vicoletto, più ampio di quanto sia ora perché rimaneggiato da successive opere di espansione del complesso domenicano.

CHIESA DELLA CROCE DI LUCCA

Fondata agli inizi del secolo XVII, è sopravvissuta all’intervento di demolizione del complesso monumentale delle Carmelitane, a cui era annessa, avvenuto agli inizi di questo secolo per l’edificazione delle cliniche universitarie. L’interno è ad unica navata con cappelle laterali, nel soffitto cassettonato e dorato è collocato il dipinto raffigurante la Madonna del Carmine e Santi, del Forlì (sec. XVII). Gli affreschi settecenteschi degli archi d’ingresso alle cappelle sono di Nicola Maria Rossi; nella seconda cappella a destra c’è il dipinto La comunione di S.Bernardo di Nicola Malinconico, autore anche dell’affresco dell’Assunta nella volta; nella terza cappella a destra, l’Annunciazione del Forlì; nella terza cappella a sinistra, l’Estasi di S.Teresa della cerchia di Fabrizio Santafede. Pregevoli decorazioni marmoree della seconda metà del sec. XVII.

CAPPELLA PONTANO

Fu fatta costruire da Giovanni Pontano nel 1492 per il culto e la memoria della consorte Adriana Sassone. Il progetto è stato variamente attribuito, dal mitico Andrea Ciccione a Francesco di Giorgio Martini. La struttura esterna in piperno, d’ispirazione classica a forma rettangolare, si erge su di un alto basamento ed è inquadrata da lesene di ordine composito che sorreggono una sobria trabeazione.
L’esterno presenta due portali di marmo finemente intagliati, entrambi sovrastati da epigrafi con stemmi delle due famiglie e piccole finestre, con ai lati lastre marmoree riportanti iscrizioni latine. L’interno, un unico vano rettangolare, ha copertura a botte e sulle pareti una collezione di lapidi.
Nella parte retrostante l’altare, in una nicchia, è affrescato un trittico raffigurante la Madonna con i Santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, attribuibile a Francesco Cicino da Caiazzo (fine sec. XV).
Di pregevolissima fattura la pavimentazione di mattonelle invetriate delle fine del sec. XV, raffiguranti gli stemmi del Pontano e della moglie nonchè motivi geometrici, vegetali e animali, di fattura fiorentina o napoletana coeva all’edificazione della cappella. Da una ripida scaletta si scende nella cripta che presenta unicamente un sedile lungo le pareti.

CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE o DELLA PIETRASANTA

Edificata nella prima metà del VI secolo nell’area più antica della città su resti di un edificio romano, fu la prima basilica dedicata alla Vergine (si narra la leggenda che il luogo fosse infestato dal demonio: il Vescovo di Napoli S.Pomponio ebbe la visione della Madonna che gli disse di trovare una pietra di marmo lì sepolta ed avvolta in un panno azzurro e di costruire nello stesso posto una chiesa a lei dedicata, così che il demonio fosse scacciato e vinto). Nella metà del sec. XVII fu rifatta a pianta centrale su progetto di Cosimo Fanzago. La presenza di un’antica pietra santa con una croce incisa, che si credeva concedesse indulgenza a chi la baciasse, ha dato origine alla più comune denominazione della Chiesa. La facciata a due ordini è dominata dal portale d’ingresso con timpano spezzato di Pietro Barberiis (1675) e con epigrafe e stemma di Andrea d’Aponte. Il secondo ordine presenta due volute che accompagnano due coppie di lesene lisce con al centro un finestrone dal timpano triangolare. L’interno, con pianta a croce greca con braccia trasversali ridotte, cappelle angolari con volta a padiglione e area del coro, conserva una pregevole pavimentazione settecentesca in cotto e maiolica ed eleganti cornici di stucco. Da notare poi: In alto lungo tutto il perimetro, una semplice trabeazione sorretta da un ordine gigante di lesene corinzie; nel cappellone di destra, le due sculture in stucco del settecento di David e S.Simone; a sinistra, un grande capitello corinzio; l’ampia cupola con lanternino. Nella cripta vi sono testimonianze oltre che della primitiva basilica paleocristiana di epoca romana: parti di mura stratificate risalenti fino al III sec. A.C., resti di un mosaico di età tardo-repubblicana, alcune strutture in tufo e in reticolato.
Campanile
Nell’atrio antistante si innalza il campanile medievale, sec. X- XI, dell’originaria Chiesa. Ha base quadrata coronata da cuspide, paramento in mattoni, colonne angolari ed inserti di materiale marmoreo di spoglio. La cella campanaria presenta bifore centinate da archi in mattoni, con colonne di marmo. Il campanile, oggi isolato, era collegato alla chiesa da un edificio (in cui si apriva l’accesso originario alla cella campanaria, che oggi sarebbe possibile solo con una scala esterna) poi demolito insieme, purtroppo, ad un ampio tratto di muro in opus reticolatum, di cui resta traccia solo a ridosso del campanile e del fianco della chiesa (un altro tratto è sul fianco sinistro della chiesa, così che questa è una delle rare insule del nucleo antico della città in cui è possibile individuare lungo entrambi i cardini l’esistenza di strutture antiche).
Cappella del Salvatore
Lateralmente alla facciata della chiesa, vi è la cappella del Salvatore, rinnovata nella seconda metà del XVIII secolo, che aveva un pregevole altare in marmi policromi e che conserva un bel pavimento maiolicato del 1735, insieme a resti delle antiche strutture medioevali (arco gotico alla destra dell’altare magiore). Esternamente, accanto al portale, in un’edicola protetta da una grata è conservata la “pietrasanta”.

PALAZZO SPINELLI DI LAURINO

L’originario edificio quattrocentesco fu trasformato nel 1767 dal duca di Laurino Trojano Spinelli, che ne elaborò personalmente il progetto di ristrutturazione ed il programma decorativo. Ebbe contatti con Ferdinando Sanfelice (e ne prese ispirazione per la scala a doppia rampa che si apre nel secondo atrio, mirabilmente ed arditamente compressa in uno spazio ridottissimo) e con Ferdinando Fuga, che curò la supervisione tecnica del progetto. Già nell’atrio d’ingresso troviamo il motivo dell’ellisse, nella doppia soffittatura che copre lo spazio sul quale si aprono due scale di servizio mascherate da due soggette. Un arco di piperno introduce poi al cortile, lungo le cui pareti curve sono disposti otto ovali con bassorilievi in stucco di soggetto classico. A coronamento della parete, dodici statue allegoriche in terracotta, la statua dell’Immacolata che sovrasta l’orologio maiolicato, due busti di iperatori romani. Nell’emiciclo del secondo atrio, nove nicchie con epigrafi per i busti delle dame di famiglia (ne furono eseguiti solo cinque). Al piano nobile, affreschi di Jacopo Cestaio. Attigua al cortile, vi è la cappella privata, con affresco alla volta di Antonio Sarnelli, sei loggette con balaustrine marmoree, una cantoria in legno intagliato e dorato. La facciata posteriore della cappella è rintracciabile nel vico Fico, segnalata dal timpano triangolare in stucco del portale ottocentesco, in cui vi  è il cuore trafitto dell’Addolorata.

CHIESA DEL PURGATORIO AD ARCO

Annessa all’omonima Congregazione, fu fondata nel sec. XVII per le celebrazioni in suffragio delle anime del Purgatorio, come dettato dalla Controriforma, nella zona detta “ad Arco” per la presenza (all’incrocio con via Nilo e Via Atri) di una torre medioevale in mattoni sostenuta da quattro archi (scomparsa), entro la quale si apriva un passaggio.

La costruzione fu finanziata da una confraternita di nobili che raccolse generose offerte destinate a messe in suffragio dei defunti. Il successo dell’iniziativa fu tale che i confratelli riuscirono addirittura a commissionare una chiesa, affidandone il progetto a Cosimo Fanzago. L’interno presenta un’unica navata con tre cappelle laterali per lato. Nella zona absidale, riccamente decorata con marmi policromi, un altorilievo con teschio alato (attribuito a Cosimo Fanzago ma probabilmente della scuola di Dionisio Lazzari) evidenzia, unitamente ad analoghe testimonianze artistiche poste all’esterno della struttura, il tema della morte profondamente sentito nella tradizione popolare napoletana, ma morte partecipe della vita, sentita con una teatralità funeraria in cui si mescolano meditazione e trasfigurazione fantastica.

Dipinti di Massimo Stanzione (La Madonna delle anime del Purgatorio), di Andrea Vaccaro (La morte di S.Giuseppe) e di Luca Giordano (La morte di S.Alessio) adornano rispettivamente l’altare maggiore, la terza cappella a destra e a sinistra della navata. Qui è conservato anche uno dei capolavori dello scultore Andrea Falcone, il sepolcro di Giulio Mastrilli, uno dei principali benefattori della confraternita.

Nell’ipogeo vi è l’antico luogo di sepoltura (e di culto delle ‘anime del Purgatorio’), non solo di cittadini del ceto popolare ma anche di molti aristocratici, come i Mastrilli.

SANT’ANGELO A SEGNO

Quasi ad angolo con quello che era il vicus at Signa, sorge la chiesa, il cui impianto originario risale al VI secolo, che ha subito nei secoli radicali trasformazioni fino al rinnovamento neoclassico dello spazio originariamente paleocristiano, di cui non resta traccia. Fu realizzata in seguito ad una vittoria militare sui longobardi il cui merito venne attribuito all’Abate Sant’Agnello che portava un vessillo con la Croce ed a San Michele, miracolosamente apparso, che misero in fuga gli invasori. Il luogo dell’avvenimento era segnato da un chiodo (poi rubato) infisso nel gradino superiore della scala, da cui l’appellativo della chiesa, ‘a segno’.

PIO MONTE E CONGREG. DI S.MARIA DELLA SANITA’

In corrispondenza dell’incrocio con via S.Paolo, a ridosso dei portici di Palazzo d’Angiò, questa piccola cappella dagli embrici maiolicati verdi e gialli della semicalotta costituisce un episodio singolare per forme e colori. Fu probabilmente costruita a chiusura del tratto terminale di una strada, tratto inizialmente contraddistinto da un passaggio a volta, come frequente su questo lato della strada, quasi a prosecuzione delle arcate che lo caratterizzano. Il finestrone trilobato e l’ingresso, infatti, sporgono rispetto il palazzo contiguo mentre la cupola va ad inglobarsi nella costruzione sovrastante.

S.MARTINO A S.PAOLO

Poco oltre nel vicolo troviamo poche tracce di quella che fu un piccolo gioiello gotico trecentesco, identificata anche come l’antica S.Maria di Porta Coeli: una finestra ogivale e la lunetta sovrastante il portale, nella quale c’è una tela ottocentesca raffigurante la Madonna con Bambino, di grossolana ispirazione gotica. Il portale marmoreo è stato completamente distrutto per ampliare l’accesso ad una bottega, mentre l’altra finestra è scomparsa grazie all’intervento che ha anche suddiviso l’interno (coperto da due volte a crociera nervate) in due pani. Ora serve da deposito.

PALAZZO D’ANGIO’

Il portico lungo la strada dagli archi a sesto leggermente acuto ed  il portale ogivale sono a testimoniare l’esistenza di uno dei più importanti palazzi di epoca angioina appartenuto a Filippo di Valois, principe di Taranto e figlio di Carlo II d’Angiò. Filippo ebbe in dono nel 1295 due edifici distinti appartenuti al salernitano Tommaso de Porta ed al cancelliere del Regno, Ade de Dussiaco, che egli rimaneggiò e riadattò per farne la sua abitazione provvisoria, prima di trasferirsi nel palazzo che il padre gli stava facendo costruire nei pressi di Castelnuovo. Il portico presenta un’eccezionale stratificazione architettonica dove sussistono elementi altomedioevali di età ducale, gotici e via via di età successive. Al di sopra del basamento angioino ad arcate, quando il palazzo passò ai Cicinelli, Principi di Cursi, furono costruiti dei piani arricchiti da finestre e balconi barocchi, operazione che però sovraccaricò le strutture di sostegno e dovette far aggiungere arconi di rinforzo nel portico sottostante. Ulteriori, recenti, lavori di restauro hanno ulteriormente alterato la complessa stratificazione.

ACQUEDOTTO ROMANO

Lateralmente alla chiesa di S.Paolo Maggiore vi è l’ingresso ad un itinerario sotterraneo che si afferma sia parte dell’acquedotto augusteo che portava l’acqua da Sarno fino ai pozzi cittadini lungo 170 km di condotti. Sono visibili cunicoli, cisterne e sbancamenti per i quali, però, non vi è una sicura stratificazione cronologica né una destinazione d’uso certa.

CHIESA DI SAN PAOLO MAGGIORE

Nell’VIII secolo, nell’area del foro della città greco-romana sulle rovine del tempio dei Dioscuri (a sua volta costruito nel I° sec. d.C. su di un tempio ancora più antico, come attestano le due fasi costruttive, una in opera quadrata ed un’altra, successiva, in opera reticolata), fu eretta una chiesa dedicata prima a S.Paolo, poi, nel 1578, anche a S.Pietro, celebrando i “dioscuri” della cristianità. A decorrere dal XVI secolo,per volere dei padri Teatini, la chiesa paleocristiana, che conservava intatto il pronao del tempio pagano con otto colonne di ordine corinzio, ed aveva tra il pronao stesso e la facciata un piccolo giardino, venne notevolmente ristrutturata ad opera degli architetti Francesco Grimaldi e G.B. Lavagna che ne preservarono il pronao. Questo però crollò in seguito al terremoto del 1688, forse per un ardito collegamento effettuato nel 1671 da Dionisio Lazzari, che aveva ampliato iil prospetto della Basilica. La facciata danneggiata dal terremoto fu modificata da Giuseppe Astarita tra il 1773 ed il 1774 e del pronao classico furono conservate solo due colonne (delle quattro salvatesi) con capitello corinzio addossate alla facciata. Le 18 antiche colonne di granito che suddividevano in origine la navata furono poste nel chiostro piccolo nel 1607. Nelle nicchie poste ai piedi delle statue in facciata dei due Santi dedicatari della chiesa furono posti i torsi acefali delle statue dei due Dioscuri, oggi rimosse, ed altre testimonianze del tempio pagano restano le fondazioni della cella a tecnica mista (opus reticulatum e opera quadrata) che accolgono la struttura dell’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso “La Sciabica”. L’interno a croce latina è a tre navate, suddivise a loro volta in cappelle laterali. I bombardamenti del 4 agosto 1943 danneggiarono in modo gravissimo la chiesa, distruggendo l’intero ciclo di affreschi di Belisario Corinzio nel catino absidale, gli stalli lignei del coro cinquecentesco e procurando gravi danni agli affreschi di Stanzione nella volta della navata centrale, aggravati in seguito da infiltrazioni piovane. Nel 1976 gli affreschi furono sottoposti ad un intervento di restauro con la tecnica ‘a strappo’, cioè l’asportazione della sola superficie pittorica, applicata poi su pannelli ricollocati nella volta. Nel 1831 era stata già rimossa la ricca decorazione in stucco che racchiudeva le scene, troppo pesante e che minacciava di far crollare la volta, e sostituita con incorniciature dipinte, rompendo la lettura complessiva dell’opera. Oltre gli affreschi nella volta di Massimo Stanzione, raffiguranti le gesta degli apostoli Pietro e Paolo, abbiamo sull’arco maggiore e nel sottarco affreschi di Andrea Vaccaro, mentre mirabili sono gli affreschi del Solimena nella sacrestia, con scene della Conversione di San Paolo, la Caduta di Simon Mago e le Virtù. Tra le tante cappelle vogliamo accennare qui alla quarta a destra, quella della Madonna della Purità, dal 1647 eletta a Patrona dei Teatini. Riccamente adorna di dipinti e sculture e rivestita da tarsie marmoree policrome, porta sull’ltare (oggi una copia) l’effigie dipinta dal pittore spagnolo Luis de Morales e donata nel 1641 da un sacerdote ai Teatini. Tra i dipinti ai lati dell’altare, le lunette superiori sono di Pacecco De Rosa e le tele sottostanti di Massimo Stanzione. Il vestibolo della cappella presenta le quattro sculture raffiguranti le Virtù Cardinali: la Temperanza (con l’orologio), la Prudenza (con un pesce mostruoso), la Giustizia Divina (con una colomba), la Fortezza (con elmo e lancia). Le prime tre sculture sono opere della maturità di Andrea Falcone, nipote del pittore Aniello, mentre l’ultima fu eseguita da un suo allievo, Andrea Mazzone, che completò l’incompiuta Giustizia. Notevoli anche la Cappella di S.Andrea Avellino e la Cappella della famiglia Firrao. La Cappella della famiglia Fiasconi dedicata all’Angelo Custode conteneva lo splendido gruppo marmoreo di Domenico Antonio Vaccaro, ora posto nella navata centrale.

Succorpo

Alla cappella ipogea si accede sia dalla chiesa, da una scala tra le cappelle di destra posta in corrispondenza del monumentale ingresso laterale (coperto da una loggia settecentesca  goticheggiante) e da un ingresso posto a destra della scalinata. A affrescata dal Solvimene, molto stravolta nei secoli, racchiude bassorilievi marmorei di D.A.Vaccaro, conserva il pregevole pavimento maiolicato con rosone centrale in marmo e, sulle pareti dell’atrio, frammenti di marmo dell’antico tempio e lastre medioevali, tra cui parti di sepolcri del trecento.

La Sciabica

L’Arciconfraternita del SS.Crocifisso si posiziona tra le strutture che sostengono l’antico piano della cella del Tempio dei Dioscuri, come si rileva dalle tracce di opus reticulatum lasciate a vista nella facciata. Ne è conseguito l’impianto a tre navate, di cui la centrale è la cappella vera e propria. Ridotta nelle proporzioni da lavori che ne hanno collegato alcuni ambienti al Succorpo, conserva sull’altare ottocentesco l’antico Crocifisso (XV-XVII sec.), micro-reliquie ed un piccolo bell’organo settecentesco.

Convento

Il Convento, con ingresso in via S.Paolo, è in massima parte occupato dallo Archivio notarile. Il primo chiostro, detto della Porteria, (e l’atrio) è ornato da epigrafi, ha le volte poggianti sulle anti

che colonne di granito che una volta erano nella navata centrale della chiesa. Nel secondo chiostro del convento sono ben visibili parti delle strutture della scena del teatro romano, inglobata in un caseggiato (il teatro fu tagliato tra il 1569 ed il 1574 dall’apertura di vico Cinquesanti. Nel Convento sono anche due grandi Oratori, quello del Crocifisso dei Cavalieri dei Nobili e quello del Divino Amore, e la cella di S.Andrea di Avellino.

MONUMENTO A S.GAETANO

Il monumento fu eretto per ringraziare il Santo del suo intervento per la fine della peste del 1656. Del primo progetto (1657/1664), un semplice piedistallo con la statua, di Cosimo Fanzago non restano tracce  se non i quattro angeli marmorei di Andrea Falcone che erano posti sul basamento. Nel 1737 i Teatini vollero sostituirlo con uno più sontuoso, formato da un’alta colonna antica di cipollino, emersa dagli scavi tra le fondamenta del Tesoro di S.Gennaro con alla sommità la statua di bronzo del Santo che reggeva uno scudo con l’Immacolata. I timori dei proprietari di un palazzo vicino, avvallati dai pareri di architetti e matematici, ridussero drasticamente le ambizioni dei padri, che dovettero accontentarsi del monumento che ancor oggi vediamo. Un furto ha privato il Santo della bella aureola. Le scritte sul basamento ricordano la storia del monumento e furono dettate da Alessio Simmaco Mazzocchi. Fino a non molti anni fa, ai piedi del monumento si riunivano i muratori in cerca di lavoro giornaliero e qui aspettavano commesse.

La colonna di cipollino, dopo secoli di abbandono, fu innalzata nel 1914 in piazza Vittoria a memoria dei caduti del mare su un basamento innalzato nel 1867 per i caduti della battaglia di Lissa.

LA SCORZIATA

Di fronte all’ingresso al succorpo di S.Paolo, nel vico Cinquesanti, si prospetta il Ritiro della Scorziata con l’annessa Chiesa. Fondato tra il 1579/1582 da Giovanna Scorziata, che, rimasta vedova di Ferdinando Brancaccio ed avendo perso anche cinque figli, decise di dar vita ad un Conservatorio per fanciulle. Quasi nulla rimane dell’originale complesso, restaurato verso la metà dell’ottocento. La chiesa, dopo essere stata a lungo affidata all’Arciconfratenita del SS.Sacramento all’Avvocata, è stata praticamente spogliata, nel 1993, da un’incursione ladresca.

CHIESA DI SAN LORENZO MAGGIORE

La Chiesa fu edificata nella seconda metà del secolo XIII sul luogo dove sorgeva la Basilica paleocristiana del VI secolo, fermamente voluta dai frati francescani, i quali ne ordinarono la costruzione ad alcuni architetti francesi. L'opera fu poi ultimata da architetti napoletani nel XIV secolo e rinnovata e restaurata nel '700. La facciata fu rifatta nel 1742 da F. Sanfelice che ne conservò la struttura in marmo del portale originario. L'interno è di chiara ispirazione provenzale, ricordando in parte la chiesa di Santa Chiara.. L’interno è a croce latina, ad unica navata, con cappelle laterali e soffitto a capriate lignee. L'altare centrale, realizzato da Giovanni da Nola, ricco di statue e rilievi. L’abside, progettata da architetti francesi, presenta uno splendido deambulatorio, delimitato da una serie di cappelle disposte a raggiera. Tra queste si segnala la Cappella Barrile con Scene della vita della Vergine di ignoto napoletano di scuola giottesca. Il sepolcro del Caracciolo del 1335 si trova nel transetto destro, come pure altri sepolcri del '400 e del '500. Monumento funerario di particolare rilievo della zona absidale è quello dedicato a Caterina d’Austria, opera dello scultore Tino di Camaino. Affreschi del XIV secolo, di Montano d’Arezzo, adornano alcune pareti del transetto destro. Testimonianze di ulteriori integrazioni avvenute nel sec. XVII e XVIII si evidenziano nella terza cappella a destra della navata con marmi policromi di Cosimo Fanzago e nella facciata esterna opera di Ferdinando Sanfelice. Fu proprio in questa chiesa, e precisamente nel 1334, che il Boccaccio incontrò per la prima volta la sua dolce e amata Fiammetta. Pochi anni dopo, nel 1345, il Petrarca fece della chiesa la sua casa vivendo nel convento attiguo.

Direttamente dalla chiesa si passa nel chiostro del convento, che risale sì al settecento con il portale dell'antica Sala Capitolare, ma attraverso il quale si può accedere agli scavi archeologici. Infatti, nell’area sottostante la Basilica di San Lorenzo Maggiore sono presenti i resti degli edifici pubblici della città greco-romana, il cui centro corrisponde all’attuale piazza San Gaetano. Oltre alla Chiesa Paleocristiana del VI secolo d.C. sono state messe in luce tracce di preesistenti strutture del IV secolo a.C. tra cui il “macellum”, antico mercato alimentare. Vari altri edifici, tra cui l’erario, disseminati lungo un considerevole tratto di strada, testimoniano la complessa stratificazione avvenuta attraverso numerose trasformazioni dell’impianto urbano nel corso dei secoli.

COMPLESSO MONUMENTALE DEI GIROLAMINI

La costruzione del complesso fu iniziata nel XVI secolo, verso il 1592, dalla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, detta dei Girolamini perchè proveniente dalla Chiesa romana di San Girolamo alla Carità, ma fu completata soltanto nel 1780. La facciata, su via Tribunali, è da attribuire a F. Fuga; altri due ingressi sono su via Duomo. Nell'ultima guerra le bombe distrussero in parte il bellissimo soffitto seicentesco, ma nonostante ciò rimane uno dei più importanti lavori dell'arte barocca L’interno, in restauro, ampio e luminoso, è diviso in tre navate da colonne di granito; sull’altare maggiore si nota il dipinto di G.B. Azzolino raffigurante la “Madonna della Vallicella”. La sacrestia affrescata da Luca Giordano (possiamo ammirare l’enorme affresco la Cacciata dei profanatori del tempio), conserva il settecentesco pavimento marmoreo del Guglielmelli. Fa parte del complesso la Biblioteca che custodisce incunaboli e preziosi manoscritti, tra cui il fondo del filosofo napoletano Giuseppe Valletta, in un ambiente con arredi e decorazioni del Settecento. La Pinacoteca, raccoglie importanti opere tra cui dipinti di Guido Reni, Luca Giordano e Jusepe de Ribera, Andrea da Salerno, M. Stanzione, B. Caracciolo, F. Solimena. Ricordiamo, inoltre, la Congrega dell’Assunta, l’Archivio Oratoriano, quello musicale e i due Chiostri: il piccolo del Dosio con al centro il secentesco pozzo in marmo, ed il grande del Lazzari con un ampio aranceto.

SANTA MARIA DELLA COLONNA

Di fronte alla facciata dei Girolamini si trova il Complesso di S.Maria della Colonna. La chiesa, stretta fra due edifici, non presenta una facciata piatta ma articolata in tre settori suddivisi da due pilastri aggettanti e stretta tra due lesene che la dividono dai due palazzi confinanti. Il frontale settecentesco è ornato da stucchi e statue, il portale architravato è sormontato da due angeli che sorreggono una lapide, mentre due statue raffiguranti virtù sono poste in due nicchie laterali. La sua fondazione risale alla fine del XVI sec. Il padre francescano Marcello Fossataro iniziò a raccogliere le elemosine per i fanciulli che vagabondavano per le strade dopo la carestia del 1589 e così riuscì a comprare delle case erette sul luogo dove oggi sorgono la chiesa ed il piccolo chiostro e costruì un’edicola dedicata a S.Maria del Pilar o della Colonna. I fanciulli ospiti venivano qui educati alle lettere ed alla musica sotto la protezione dell’arcivescovo. Nacque così uno dei quattro principali conservatori musicali napoletani: qui si formò, tra gli altri, Giovan Battista Pergolesi. L’edificio fu ricostruito agli inizi del settecento nelle forme odierne. La chiesa ha pianta rettangolare non molto allungata, la cupola è inserita tra due arconi. Vi erano alcuni dipinti interessanti di De Matteis, ed ancora restano interessanti decorazioni a stucco con capitelli antropomorfi. Vi sono poi un piccolo corridoio adiacente alla parete terminale della chiesa ed un piccolo chiostro armonioso e luminoso, con cinque campate per lato. Per volere del cardinale Spinelli il conservatorio divenne Seminario, gli allievi furono distribuiti fra gli altri collegi musicali: Sant’Onofrio, Pietà dei Turchini e S.Maria di Loreto. Dopo il 1860 il seminario fu espulso e vi fu ubicato un convitto pubblico. Un ulteriore restauro voluto dal cardinale Sanfelice nel 1896 è testimoniato dalle iscrizioni ai lati dell’ingresso.

PIO MONTE DELLA MISERICORDIA

La pia istituzione fu fondata nel 1601 ad opera di nobili napoletani dediti all’assistenza degli ammalati e degli emarginati. Nel 1604 l’architetto G.G. Di Conforto realizzò la sede e la chiesa dell’opera pia. Per far fronte alle maggiori esigenze operative dell’ente, il complesso monumentale fu ricostruito a decorrere dal 1658 su progetto di F. Picchiatti, che la arretrò rispetto il piano stradale e ne concepì una facciata ‘laica’, che non lasciasse presupporre al suo interno una chiesa. L’attuale struttura propone una facciata articolata in tre ordini con un porticato a cinque arcate in cui sono collocate sculture di Andrea Falcone. La chiesa è a pianta ottagonale con sei cappelle più l’altare maggiore: sull’altare di ogni cappella doveva trovare collocazione un quadro raffigurante un’opera di Misericordia, mentre sull’altare maggiore doveva essere collocata una tela che le raffigurasse tutte. Ed ecco il perché nella zona absidale vi sia il celebre dipinto “Le sette opere di misericordia” eseguito dal Caravaggio durante il suo primo soggiorno napoletano. Nel quadro di Caravaggio manca la liberazione dei carcerati perché già raffigurata dalla tela di Battistello Caracciolo ed in una delle figure allegoriche di Andrea Falcone. Sugli altari laterali quadri di F. Santafede, B. Caracciolo, A. Vaccaro, L. Giordano, G.V. Forli, G.B. Azzolino, Sellitto. Pregevole, inoltre, è la pinacoteca ubicata al I piano del complesso monumentale.

GUGLIA DI S.GENNARO

Il largo dedicato al cardinale Riario Sforza ha origini molto antiche e si tramanda che fino alla metà del trecento vi fosse qui un monumento bronzeo di un cavallo sacro a Nettuno, prodigioso per le malattie equine. Qui si tenevano i festeggiamenti in onore di S.Gennaro e qui la Deputazione del Tesoro di S.Gennaro, per mantenere il voto fatto dai napoletani durante l’eruzione del 1631, decise di innalzare una statua al Santo. Ne diede incarico a Cosimo Fanzago, che progettò di innalzare la statua su una colonna di cipollino rinvenuta durante i lavori per la realizzazione della Cappella del Tesoro, ma questa andò dispersa (è la stessa colonna che poi, ritrovata, si ebbe intenzione di usare per il monumento a S.Gaetano). Quindi Fanzago progettò l’idea della guglia (la prima guglia dedicatoria barocca), concependo l’idea di una colonna su di un basamento con volute e sirene alla cui sommità fu sistemata una statua bronzea del Santo, già approntata per la Cappella del Tesoro.

SANTA MARIA DELLA PACE

Il Complesso, realizzato sul luogo del quattrocentesco palazzo di Ser Gianni Caracciolo, gran Siniscalco del Regno e favorito della regina Giovanna II, comprende l’ospedale dei frati Ospedalieri di S. Giovanni di Dio fondato nel 1587, attualmente sede della circoscrizione San Lorenzo – Vicaria, e la Chiesa. La struttura dell’antico palazzo è ancora visibile nel portale d’ingresso, costituito da un grande arco polilobato in stile gotico fiorito, nella base del vestibolo si vede la muratura del XV secolo. Il complesso si sviluppa intorno a due chiostri realizzati a quota diversa a causa della pendenza del sito.

Si possono visitare la Sala del Lazzaretto e la Chiesa dedicata a S. Maria della Pace in ricordo della fine delle ostilità tra Filippo IV re di Spagna e Luigi XIV re di Francia.

Chiesa

La chiesa fu iniziata nel 1629 su progetto di Pietro de Marino ed ultimata nel 1659. La struttura architettonica è a croce latina. Presenta tre cappelle per lato. Il pavimento è in piastrelle maiolicate e cotto realizzate da Donato Massa su disegno di Domenico Antonio Vaccaro. Il pavimento maiolicato del presbiterio è di Donato Massa.

L’abside è stato realizzato da Nicola Tagliacozzo Canale.

Sala del Lazzaretto

Si accede alla Sala da uno scalone il cui ingresso è sulla sinistra del vestibolo.

È detta del Lazzaretto perchè si accoglievano in questa sala i lebbrosi e all’occorrenza i numerosi appestati. Misura m 60 di lunghezza per 10 metri di larghezza ed è alta 12 metri. In fondo un pregevole altare in marmi commessi del XVIII secolo separa la sala dalla zona che un tempo era destinata a gabinetto medico.

Lungo le pareti a metà altezza corre un ballatoio attraverso il quale venivano serviti cibo e bevande ai degenti per evitarne il contagio. Sulla parte superiore del ballatoio, tra le finestre, e sotto la volta si ammirano affreschi di Giacinto Diano e Andrea Viola raffiguranti la Vergine Maria e Santi dell’ordine di S. Giovanni di Dio.

PALAZZO RICCA (Archivio Storico del B.co di Napoli)

L’edificio cinquecentesco, sede dal 1819 dell’Archivio Storico del B.co di Napoli, si presenta oggi nelle forme settecentesche che gli derivarono dalla lunga ristrutturazione che andò dal 1739 al 1773. Resti della costruzione originaria sono gli archi della scala sulla sinistra del cortile. Il palazzo appartenuto a Gaspare Ricca fu acquistato nel 1616 per divenire sede del Monte dei Poveri (che assisteva i carcerati), uno degli Istituti che poi confluirono nel 1809 nel B.co di Napoli. Nelle sale al I° piano sono ancora visibili affreschi settecenteschi, l’orologio sulla facciata della cappella nel cortile è del 1740. Durante i lavori di restauro del 1971, furono trovati resti di antiche mura greche e di un grosso frammento di pavimento musivo tardo romano.

CATELCAPUANO

Le origini di Castelcapuano sono incerte: alcune fonti lo danno esistente già al tempo del ducato longobardo, altre affermano che fosse stato costruito ai tempi di Guglielmo I il Malo a scopo difensivo. E’ certo che fu ampliato da Federico II e che per tutto il tempo di regno degli angioini, restaurato, divenne insieme a Castelnuovo, la residenza dei sovrani. Con la venuta degli Aragonesi, il castello ormai inglobato nella nuova città muraria perse il suo carattere di fortezza e divenne residenza reale, sede di celebri banchetti e feste. Fu poi donato da Carlo V al principe di Sulmona, Filippo Lonnay, ma pochi anni dopo fu espropriato da Don Pedro de Toledo che ne fece la sede dei Tribunali riuniti (Gran corte della Vicaria, Scro Regio Consiglio, Regia Camera della Sommaria, Tribunale della Zecca, Tribunale della Bagliva). Il palazzo fu così completamente ristrutturato ed adeguato alle nuove funzioni, cosa che si è costantemente ripetuta nel tempo, così che ha del tutto perso il suo spetto più antico. Restano pochi ambienti con testimonianze artistiche: alcune sale decorate da affreschi di Balducci e Corenzio ed il Salone della Corte d’Appello, un tempo Regia Camera della Sommaria, affrescato nel settecento.

Cappella della Sommaria

La Cappella della Sommaria è uno dei pochi ambienti rimasti integri all'interno di Castel Capuano che nel corso del tempo ha subìto numerosi rifacimenti. La costruzione della cappella risale al periodo in cui il vicerè Pedro de Toledo volle destinare il castello a sede unica dei tribunali di Napoli, in precedenza ubicati in punti diversi della città. Nel 1537, dopo aver ottenuto il castello dal suo ultimo proprietario, il principe di Sulmona Filippo di Lannoy, il vicerè diede inizio alle opere di trasformazione e di adattamento, affidando i lavori agli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa. Il primo tribunale ad essere trasferito in Castel Capuano, nel febbraio 1538, fu la Regia Camera della Sommaria, fondata da Carlo I d'Angiò, che aveva competenza finanziaria e fiscale. Nel 1540 la cappella ricevette la raffinata decorazione plastica e pittorica che la rende un unicum nella storia artistica napoletana. Si accede alla cappella dal gran Salone della Corte d'Appello, decorato da dipinti murali settecenteschi, al primo piano del castello. La volta e le pareti del piccolo ambiente a pianta quadrata vennero decorate ad affresco da Pedro Rubiales, detto Roviale Spagnuolo, attivo a Napoli tra il 1547 e il 1553. La venuta del pittore a Napoli da Roma, si deve proprio alla commissione del ciclo della Sommaria da parte dello stesso don Pedro, i cui stemmi affiancano all'ingresso della cappella quello della monarchia spagnola. Gli affreschi della Sommaria, caratterizzati da una gamma tenerissima di colori e da improvvise accensioni luminose che movimentano le figure, costituiscono per Napoli l'affermazione più vivace del manierismo tosco-romano di metà Cinquecento, che aveva in Vasari e Salviati i maggiori rappresentanti. Nella volta, su cui campeggiano eleganti stucchi di cui non conosciamo l'artefice, Rubiales raffigurò al centro l'Ascensione e nei quattro ovali la Resurrezione, il Noli me tangere, Cristo che appare alla Madonna e la Pentecoste. Personificazioni delle Virtù e figure grottesche sono inserite negli spazi liberi della volta in una sorta di horror vacui. Nei riquadri delle pareti il pittore dipinse a sinistra la Crocifissione, la Deposizione e l'andata al Calvario, a destra, Il Giudizio Universale, gli Eletti e Caronte che traghetta le anime dei peccatori. La tematica della rappresentazione di Cristo nella sua natura umana e divina ebbe un forte significato per i Presidenti della Sommaria che ascoltavano la messa prima di decidere sulle condanne per i re. Essi subirono soprattutto gli echi dell'evoluzione “tridentina” del Viceregno tra gli anni quaranta e cinquanta del Cinquecento. La tavola sull'altare con il Compianto su Cristo morto, in cui appare sullo sfondo la mole stellare di Castel S.Elmo, densa di riferimenti a Michelangelo e a Salviati, denota l'adesione del pittore a tale ciclo culturale. L'ambiente locale dovette però sentire estranea la sua cultura; infatti, gli affreschi vennero qualche tempo dopo ricoperti dalla calce e non sono mai più stati menzionati nelle guide del Cinquecento e del Seicento, che ricordano solo la tavola come opera di Roviale Spagnolo. Il ciclo venne riportato alla luce nel corso dei lavori di restauro del castello terminati nel 1860.

SANTA CATERINA A FORMIELLO

( il nome deriva dalla vicinanza con gli antichi “formali d’ acqua”, l’acquedotto attraverso il quale passava l’acqua proveniente dalla sorgente della Bolla).

La chiesa fu fondata in epoca imprecisata dalle famiglie Zurlo e Aprano. Nel 1478 vicino alla chiesa fu fabbricato un convento affidato in un primo momento alla cura dei Padri Celestini e in un secondo momento alle suore della Maddalena.

La chiesa attuale è una delle più importanti chiese napoletane del Rinascimento. Fu iniziata intorno al 1505 su progetto dell’arch. di Settignano, Romolo Balsimelli e sono leggibili le influenze toscane che gli studiosi ritengono di Brunelleschi e di Giuliano da Sangallo. Il portale è del XVII secolo ed è opera di Francesco Antonio Picchiatti.

Del 1514 è il grande chiostro opera di Fiorentino Della Cava. Nel Seicento furono eseguiti numerosi lavori secondo il gusto barocco classicheggiante.

La volta, a botte, presenta tre riquadri rappresentanti episodi della vita di Santa Caterina, opere firmate da Luigi Garzi.

La cupola, iniziata nei peducci dal Garzi, fu terminata nel 1712 da Paolo De Matteis. E’ la prima (a sesto acuto) costruita a Napoli.

La volta e le lunette del transetto furono affrescate dal fiammingo Guglielmo Borremans tra il 1708 ed 1709 e raffiguarano San Domenico e la Vergine che placano l’ira del Redentore ed ai lati la Madonna che appare a S. Giovanni Evangelista e San Domenico che caccia gli infedeli.

Il sottostante cappellone a destra dell’altare è dedicato alla Vergine del Rosario alla quale si attribuì la vittoria della battaglia navale di Lepanto del 1571. L’altro cappellone è dedicato a San Domenico.

La volta dell’abside presenta il trionfo di Giuditta di Borremans. Sull’acquasantiera, il tondo in altorilievo, raffigurante la Vergine con il bambino è attribuito ad un allievo di Annibale Caccavello (1540 circa), il Cristo Risorto è di scuola napoletana. Le cappelle furono tutte decorate nel Settecento dal marmoraro Francesco Antonio Gandolfi.

Nelle dieci cappelle laterali si ammirano tele e affreschi di Paolo De Matteis, Santolo Cirillo, Paolo Tenaglia, Giacomo del Po e Luigi Garzi.

Lo spazio della crociera e del presbiterio è caratterizzato da lapidi e sepolcri della famiglia Spinelli eseguiti nell’ultimo quarto del Cinquecento dagli scultori napoletani Giovan Domenico e Girolamo D’Auria, Annibale e Salvatore Caccavello e dal lombardo Silla Longo. Fuori del presbiterio c'è l'altra cappella il cui disegno è di Carlo lowest price propecia best Schisano ma eseguito da Lorenzo Fontana; l'altare è del Sanfelice; le statue sono di Giacomo Colombo e il quadro di S. Domenico è di Giacomo del Po.

Gli stalli lignei del coro, intagliati con ricchi ornamenti manieristici, sono del bresciano Benvenuto Tortelli e datati prima del 1566. La sagrestia rifatta nel 1762, ma ora abbandonata, offre un triste spettacolo nel vedere la volta dipinta da Tommaso Crosta, quasi interamente distrutta dall'umidità. Nel monastero attiguo soppresso dal decennio 1806-1816, sono poche le pitture da ammirare. Un tempo sede di una ricca biblioteca e di un museo con una ricca collezione di testacci, fu poi saccheggiato e tramutato in lanificio militare.

Sotto l’altare della quinta cappella a sinistra sono conservate le reliquie dei beati martiri d’Otranto massacrati dai turchi nel 1489.

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