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L'Arte, un patrimonio dell'umanità- Il caso Migliaro

Quello che possiamo vedere nella nostra Napoli, non è facilmente comunicabile, sia dal punto di vista negativo sia da quello positivo solo chi la vive sa cosa vuol dire trovarsi ogni giorno difronte ad un artisticità che tocca anche gli animi più restii, ma Napoli non è solo questo, non è semplice meraviglia anche se è il sogno di ogni suo cittadino, Napoli è anche repressione, delusione, dolore, per tutto ciò che  si  affronta tutti i giorni.

Ultimamente ci troviamo immersi in una crisi economica che sta sconvolgendo l’Italia, ma a noi meridionali ancora più fortemente, viste le malsane condizioni in cui già eravamo. La situazione va a manifestarsi in tutti i campi, ma quello che tocca noi direttamente è quello dell’arte che  ahimè è quello più colpito, un po’ per la poca nozione di cultura che viene inculcata nei giovani meridionali, un po’ perchè considerata come esigenza di seconda mano.

In questi giorni un caso particolare sta incuriosendo molti degli artisti e amanti dell’arte partenopea che vedono  un opera d’arte di valore eccezionale, incompresa .Parliamo di un’opera  del Migliaro di elevatissimo livello tecnico:

“Per comprendere l’opera di Migliaro, dovremo partire dalla lettura unitaria delle sue opere. Nel nostro caso, in Porta Capuana, il fulcro è nel controluce, tecnica usata dagli impressionisti francesi e non solo. Mi ritornano alla mente opere di Corot e di Giacinto Gigante, opere di pura luce, energia creativa che invade paesaggio e figure in composizioni che anticipano l’Impressionismo francese.

In Porta Capuana i personaggi colti nella scena del mercato, nella perizia tecnica della composizione, evocano il nostro seicento, in particolare Micco Spadaro dal quale trae le tinte bituminose citate in Emporium dal Pica nel 1916 dove l’opera in visione è stata pubblicata o riportano alla memoria artisti del settecento alla corte dei Borbone, come Antonio Joli e Jakob Philipp Hackert, dai quali Migliaro eredita la teatralità della composizione. Conosceva bene quelle opere perché esposte nel nuovo Museo di San Martino fondato dal Fiorelli nel 1866. Quando gli venne commissionato dal Comune dei Napoli per San Martino di eseguire tra il 1887 ed il 1893, le sette opere che dovevano fissare nella nostra memoria i luoghi scomparsi poco dopo sotto i colpi di piccone di un parziale risanamento, la storia si infittisce. Perché Migliaro? La scelta non è nata a caso se pensiamo che Migliaro non sapeva solo dipingere, ma era anche scultore e amava incidere all’acquaforte: da qui la sua visione fissata nella ricerca del vero, nella dovizia dei particolari che spesso si confonde con il termine descrittivismo. Se poi pensiamo ad un Migliaro esiliato a dipingere vicoli scomparsi della sua Napoli, per committenze pubbliche o private, dimenticandoci i suoi viaggi in Europa ed in particolare

a Parigi nel 1880, non possiamo comprendere la sua cultura artistica e modernità. Non siamo fuori strada quando notiamo nei suoi paesaggi una certa affinità con De Nittis e Rossano.” – afferma il nostro artista Marco Lepore

La questione ora è  molto complessa. L’opera è  di proprietà  di un americano e considerata da chi di competenza una vera opera definendola, come le spetta, museale e miti soddisfazioni le abbiamo quando nella bacheca di Unindustria, nelle foto del Museo di Capodimonte, del Museo di San Martino e del Sindaco di Napoli De Magistris ha inserito la foto del quadro . La questione si crea dal momento in cui non viene presa in considerazione da chi di dovere.

La promulgazione e la diffusione dell’interesse verso questa opera è stata frutto di un processo legato al mezzo di comunicazione che oggi sembra essere alla base di ogni iniziativa di successo, il social network.

Qui, come tutti ben sapranno, si vengono a creare, anche, gruppi che rappresentano istituzioni, e nel caso dell’arte sembra essere un buon mezzo per sponsorizzare eventi  e mostre, creando pagine con i nomi dei vari musei, dietro ogni “contatto”  si cela una persona fisica, di cui comunque sia, essendo in un ambito “diversamente” pubblico,  si conoscono bene i connotati, al massimo ci si può avere qualche dubbio viste le varie presenze. Non ci sono dubbi che oggi, le problematiche da affrontare siano molteplici per tutti gli enti museali e per quelli che nutriti di passione ne fanno parte, predisponendo anche di un potere limitato però dalle possibilità dei nostri tempi che spesso  tendono a metterli in cattiva luce, e sappiamo anche che spesso presi da rabbia e dalla continua non curanza che viene data oggi al tesoro che possediamo, porta noi Artisti Napoletani a ribellioni e spesso ad incomprese proteste che tutto vogliono fare, fuorchè  creare ulteriori problemi. Chiediamo solo di essere considerati, ascoltati e magari resi partecipi di eventuali problemi e motivazioni.

Questa questione che sembra allontanarsi dal  fulcro del racconto , invece ne è proprio il punto cardine, viste le accese discussioni che si sono create tra il Museo di Capodimonte, e un gruppo di giovani  artisti composto all’incirca da 1400 persone, dove si discute d’arte, dove persone si danno la mano per rendere giustizia a casi particolari come questo. Ma la situazioni diviene molto complicata quando la parola del “popolo”  già da tempo sottovalutata, non viene spesso ascoltata o addirittura aggredita. Ci si lega a qualche leggera speranza dataci da Castel Sant’Elmo e dal Museo di San Martino, sperando, ancora una volta, che l’arte non venga dimenticata, che i valori vengano apprezzati che in un mondo come quello di oggi, dove l’egoismo regna e dove la valorizzazione dei beni di cui disponiamo e da cui potremmo trarne emeriti benefici ,sempre in rispetto di un’arte che potrebbe farci  apprendere anche eventi storici del nostro tanto amato luogo, venga considerata, e magari, con la mano di chi di dovere e di chi può, venga resa tesoro dell’umanità.

Susy Allocca

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