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Napoletani e Vesuvio: storia di distruzioni e ricostruzioni

Napoletani e Vesuvio: ripercorriamo la storia del vulcano di Napoli

Napoletani e Vesuvio: storia di distruzioni e ricostruzioni. Nonostante le continue minacce e le devastazioni apportate dalle eruzioni, l’area vesuviana è stata abitata sin dai tempi più antichi, come dimostra la scoperta di una stazione-officina preistorica e di alcuni insediamenti paleolitici in tutta la fascia costiera. Agli inconvenienti costituiti dalle eruzioni si sono contrapposti, infatti, indubbi vantaggi, come la grande fertilità dei terreni, ricchi soprattutto di potassa, anidride fosforica, ferro, carbonato di calcio ed altre sostanze utili alle piante: condizioni che, unite all ‘eccezionale amenità e mitezza del golfo di Napoli, hanno sempre indotto gli abitanti del luogo a ricostruire ciò che il vulcano di volta in volta ha distrutto e a risali re gradualmente le pendici della montagna con floride colture agrarie. All’alba della storia le basse falde del Vesuvio erano già popolate da cospicui nuclei di osci, sui quali con alterne vicende cercarono di imporre il proprio dominio etruschi, sanniti e greci. Questi ultimi, dopo il VI secolo a.C., stabilirono la loro sovranità su tutta la fascia costiera, cui diedero grande splendore. Per floridezza di vita culturale e vivacità di attività economiche si distinsero, oltre a Pompei,

Ercolano ed Oplonti, cittadina portuale con un retroterra che si estendeva fìno al Piano Campano. A partire dal IV-III seco lo a.C. all’egemonia greca si sostituì la colonizzazione romana, che, senza turbare l’economia mercantile, portò al la valorizzazione agricola della zona e fece sì che gli abitanti della fascia litoranea popolassero anche i fianchi del vulcano: dapprima il versante orientale – che divenne possesso quasi esclusivo della famiglia Ottavia, dalla quale deriva il nome la cittadina di Ottaviano – e poi quello settentrionale, dove sorse Somma Vesuviana (Napoletani e Vesuvio: storia di distruzioni e ricostruzioni-Somma Vesuviana). Napoletani e vesuvio: storia di distruzioni e ricostruzioni foto

L’eruzione del 79 e i parossismi posteriori (una dozzina fino al secolo X) sconvolsero la vita della fascia litoranea e sublitoranea, tenendone lontana la popolazione, sicché una folta vegetazione boschiva ricoprì i fianchi del monte, dalle pendici più alte fino al mare. Durante tali secoli, in vece. sul versante settentrionale, meno funestato grazie all ‘ostacolo frapposto dal ciglione del Somma, il popolamento era continuato senza interruzione, formando gli agglomerati di Sanastagio (l’attuale Santa Anastasia), Pollena. Trocchia e Massa.

Sul finire del medioevo, ad ogni modo, in virtù di più lunghi periodi di quiete del Vesuvio, anche le sue falde sudorientali riprese ro a popolarsi di casali, sorti in gran parte attorno a torri di difesa costruite dai regnanti napoletani a protezione della costa. Nel secolo XIV si formarono così Torre Annunziata, i cui abitanti avviarono il diboscamento del versante orientale, e Torre del Greco, che estese il suo dominio sui territori di Resina, Portici e San Giorgio a Cremano, che dovevano essere piccoli agglomerati, giacché fino al secolo XV tutta la zona è ricordata dai cronisti come «una landa con rari abituri in tramezzata da alberi annosi e albergo di selvagge bestie».

Quasi contemporaneamente si formarono anche Boscotrecase e Boscoreale: il primo centro nacque in una località selvosa che nel 1337 il re Roberto aveva donato a tre case religiose (Santa Chiara, Santa Maria Egiziaca, Santa Maria Maddalena), con l’obbligo di diboscare e bonificare la zona; il secondo invece si sviluppò in una riserva di caccia reale istituita nel 1266 da Carlo I d’Angiò, e fu il risultato di un processo spontaneo di appoderamento dovuto agli abitanti di Torre Annunziata di cui può considerarsi una gemmazione.

Le linee del popolamento dell’area vesuviana si definirono ulteriormente nel secolo XVII, quando sorse San Giuseppe Vesuviano, che ai piedi di una chiesetta rurale raccolse un cospicuo numero di abitanti fuggiti da Ottaviano in seguito all ‘eruzione del 1631, la quale causò oltre 4000 vittime, avendo quasi completamente distrutto Boscotrecase, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata e Portici, oltre ad aver danneggiato tutti gli altri centri.

La progressiva espansione delle cittadine vesuviane fu favorita dalla costruzione, sulle falde del Vesuvio, di sontuosi palazzi patrizi, soprattutto nelle località di residenza estiva della corte napoletana: prima nel territorio di Somma Vesuviana, che, essendo stata privilegiata da angioini ed aragonesi, ancora agli inizi del secolo XVIII risultava cinta da una potente cerchia di mura lunga 4 km; poi lungo la fascia costiera, dove, dopo che Portici fu prescelta come sede della propria reggia da Carlo III di Borbone (1738), fiori una catena di magnifiche ville, autentici capolavori di architettura, che l’incuria e l’urbanizzazione hanno fortemente degradato e che solo ora si cerca in parte di recuperare (Napoletani e Vesuvio- Eruzione del 79).

Con il secolo XIX, quindi, il fervore di attività economica e culturale che animava Napoli, capitale del regno, si ripercuoteva favorevolmente su tutte le cittadine vesuviane, soprattutto nella zona costiera, dove si sviluppavano vivaci industrie. A Torre Annunziata i borboni installarono una grande fabbrica di armi e favorirono l’industria della pastificazione, la quale si localizzò per lo più lungo un canale derivato dal Sarno; a Torre del Greco, invece, acquistava rilievo la lavorazione del corallo, in cui nel 18 70 trovava occupazione circa 117 della popolazione cittadina, mentre un’altra cospicua aliquota era impegnata nella pesca della materia prima, che poteva contare su una flotta di oltre 360 imbarcazioni .

I centri vesuviani diventavano così importanti sedi di mercato e d’approvvigionamento di Napoli e con essa entravano in più frequenti rapporti di affari, per cui si sentiva il bisogno di collegamenti rapidi. A tale necessità si provvide dapprima con la costruzione della ferrovia Napoli-Portici (1839) e poi, verso la fine del secolo, con l’apertura della circumvesuviana.

Napoletani e Vesuvio: storia di distruzioni e ricostruzioni immagineLa popolazione vesuviana, che sulla fine del secolo XVI ammontava a 30 000 persone, e a 100 000 nel 1861, ha avuto un forte incremento nel corso degli ultimi decenni, tanto da raggiungere oggi quasi 500 000 abitanti. Per oltre tre quarti essi si raccolgono nei comuni costieri, dove la densità sale a valori eccezionali (12 000 ab. Per km2 a Portici) e dove una fitta nebulosa di piccoli nuclei e case sparse lega tra loro i centri, che da Napoli a Pompei formano una fascia compattamente urbanizzata, cui si può attribuire il nome di ‘conurbazione vesuviana’. I punti nodali di questa conurbazione sono rappresentati da Portici, Torre del Greco e Torre Annunziata. Portici (83 000 ab. nel comune, al 1977) è da considerarsi come un quartiere di Napoli (dove trova impiego la maggior parte della sua popolazione), ed accentra anche funzioni universitarie, accogliendo nel palazzo reale la facoltà di agraria.

Una vita più autonoma svolgono invece Torre del Greco (ormai vicinissima ai 100 000 ab.) e Torre Annunziata (58 000 ab.), con un’economia ben differenziata, che aggiunge alle attività agricole anche quelle industriali e commerciali, pur non avendo eliminato gravi fenomeni di disoccupazione e ampie sacche di sottoproletariato.

Gli stretti contatti che, in ogni caso, legano la conurbazione vesuviana a Napoli sono sottolineati dai forti flussi pendolari: pur nell’incertezza delle valutazioni, si calcolano ad oltre 200 000 gli spostamenti quotidiani nei due sensi. Struttura e funzioni diverse hanno i centri del versante interno, che rivelano più saldi legami con l’economia agricola e conservano ancora evidenti, nella maglia insediativa, le tipiche dimore ‘a corte’, forme di insediamento intermedie tra l’accentramento e la dispersione. Tuttavia, anche i centri del Somma mostrano una notevole tendenza espansiva, che porta a saldarsi tra loro non solo quelli prossimi a Napoli (da San Giorgio a Cremano a Sant’ Anastasia), ma anche quelli piuttosto lontani, come Ottaviano e Terzigno: il blocco edilizio di Napoli, infatti, spinge a trovare nuovi spazi residenziali nelle aree vicine al capoluogo meglio servite dalle comunicazioni.

Pertanto la conurbazione vesuviana, già compatta sul fronte marittimo, va ben definendosi anche sul versante opposto, accerchiando in un anello edilizio tutte le basse falde del Vesuvio e creando gravi problemi urbanistici, dovuti soprattutto all’assenza di un coordinamento intercomunale: il disordine del capoluogo si espande a macchia d’olio anche al retroterra (Napoletani e Vesuvio).

 

1 Commento

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