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Pazzariello: mestiere di passione e malinconia

Il Pazzariello e il mestiere di vivere

Il Pazzariello. Passionalità, malinconia, linguaggio colorito e quasi teatrale, mimica, canto soprattutto, danza e superstizione si intrecciano variamente in tutte le manifestazioni del folclore campano (Totò ò Pazzariell). Dominante, in ogni espressione della vita popolare, è l’aspetto religioso: una costante rintracciabile in tutta la regione, sebbene le cinque province presentino elementi di differenziazione.

E, contrariamente a ciò che accade in moltissime regioni, è proprio il capoluogo, Napoli, che rappresenta il vero centro del folclore regionale e porta all’estremo, in una dimensione quasi sempre corale, le varie componenti che lo caratterizzano.

Il pazzariello immagineI napoletani vogliono vedere, ma tutto ciò che amano vedere se lo ‘inventano’ da sè, attingendolo da quella loro spaventosa vitalità; ed essendo per natura ‘guitti’ succede, ed è questa la caratteristica eccezionale del loro folclore, che essi sono creatori, attori e spettatori dello stesso spettacolo, in una città chiusa come fosse idealmente assediata, e assediata da se stessa; qui vive, con la certezza di morire dove è nato, un popolo innocente, malizioso, generoso, pigro e zelante, passionale, baccanalista e mistico, triste, realista ad oltranza. Accanto al gusto della melodia, vera musica per l’orecchio del napoletano è il rumore.

I suoi strumenti hanno nomi onomatopeici: il crocrò, bastone che scorre attraverso un panno bagnato con il verso di un corvo; lo scetavaiasse, dischi di latta sibilanti tra due bastoni; l’acciarino, tintinnanti triangoli; il triccheballacche, assordanti martelletti. Il pazzariello ha una giacca bianca con spalline, calzoni alla zuava, calzettoni e scarpini (ma spesso piedi scalzi), berretto di foggia militare.

Il pazzariello agita un bastone, accompagnato da grancassa, tamburo e siscariello o fischietto. «Uommene e femmene, gruosse e piccirille … » chiama, e annuncia l’apertura di un nuovo negozio, divertito da questo piccolo mestiere che gli procurerà poche lire, ma l’occasione di camminare, vedere, recitare un poco, pazziare insomma.

Questa forma dialettale dalla cui radice partono tante espressioni napoletane (pazzie/le sono i giocattoli più umili, ‘pazz’larse ‘na guagliona’ vuol dire fare all ‘amore con una ragazza, pazzaria è il gusto del divertimento, ecc.), è un’altra chiave importante per capire qualcosa di questo popolo. La parola scende diritta dalla Grecia: pathos in greco significa sensazione, destino, sopportazione, sentimento, sofferenza, e unisce, in modo nobile e indissolubile, allegria e tristezza.

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