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Piedigrotta, ecco una fotogallery e la sua storia

Piedigrotta di ieri e di oggi, storia e foto

Piedigrotta. Per tre giorni e per tre notti nell’epicentro tradizionale di Mergellina fino ai quartieri più remoti, alla Torretta, ai Camaldoli, ai Vergini, al Vomere, si agita tutta la città in uno dei più ossessionanti saturnali pagano cristiani del mondo: Piedigrotta.

La festa di Piedigrotta, che a torto il cliché tradizionale ha limitato a un lancio di canzoni nuove, è in realtà tra i documenti più impressionanti di questa incredibile civiltà partenopea e, anzi, mediterranea: in essa – che vede nei giorni vicini alla seconda domenica di settembre festeggiare la Madonna di Piedigrotta con processioni, grida, mangiate, canti, farse, spettacoli musicali, luminarie, fuochi d’artificio – confluiscono i motivi orgiastici e sacrali dell’Ellade e di Roma, la tragicità dei più grandi lirici greci, la poetica esistenziale di Orazio, lo spirito dei satiri. 800px-Piedigrotta_2007_ok_1050186

E ancor di più ciò risaltava nel secolo scorso, quando il colpo iniziale di bacchetta lo dava all ‘alba la cantilena dell’acquavitaro: e la giornata, cominciata già pazzi”ando per quell’immagine insolita di aprire gli occhi su un sorso d’acquavite, continuava sullo stesso accordo. Il lattaio, che arrivava puntuale alle sette, si fermava calmo a ogni porta con la sua mucca e agitava il campanaccio; uscivano donne e bicchieri e il vaccaro accoccolato sulle calcagna empiva i recipienti mungendo bianchi zampilli dalle mammelle dell’animale che aspettava tranquillo perché era mucca cittadina, nutrita di bucce di popone, di zucche e di crusca e ignara di erbe e di pascoli.

Che il napoletano stesse per la strada immobile come un messicano al sole diventava in quel giorno uno dei tanti cliché falsi e cartolinistici: tutti si muovevano, urlavano; i venditori ambulanti gridavano, sparavano, decantavano le loro ‘stese’ con i versi inconfondibili di tanti animali, e offrivano i prodotti più disparati, semplici e anche assurdi: come, ad esempio, il franfelliccaro – non possiamo non ricordarlo – che vendeva sulla sua cassettina ad armacollo pezzetti giallognoli di mela rinsecchita! Poi il malinconico maruzzaro con le sue lumache, il trago/aro, il galantariaro o chincagliere, l’acquaiolo, il conciategami, l’ovaiuola, la ‘mpagliasegge, il sorbettiere, la noce/lara, l’oliandolo: tutti indistintamente offrivano la loro merce o i loro servigi; e fra questi il ciabattino che ti seguiva tristissimo fissandoti le suole, pronto a farsi ilare e loquace come una zitella che abbia trovato marito, ogni volta che ti affidavi ai suoi servizi, li sul marciapiede.

Organini da ogni parte suonavano correndo, rispondevano versi della Gerusalemme declamati agli angoli dai Rinaldi (o cantastorie) a piccole turbe estatiche: «Svenerò i figli alle loro madri in seno», e i commenti personali del dicitore: «Puozze mori acciso tu, ‘nfamone!» ; sul marciapiede opposto, invece, con voce molto più melodiosa, un mistico cowboy partenopeo accompagnava sulla sua chitarra non le gesta dello Smilzo, ma i ‘miracoli di Mamma di Piedigrotta’ e raccontando miracoli dalla mattina alla sera si guadagnava da vivere; poco discosta da lui, con viso innocente come se quell’esser piazzata li fosse una semplice coincidenza, sedeva accanto ai suoi santini la vecchia questuante della Madonna di Piedigrotta, e aspettava sicura l’effetto dell’ultimo miracolo compiuto.

Passava, unico taciturno in tanta babilonia, !” assistito’ e non si scuoteva. Era anche l’unico sognatore di tutta Napoli, perché i napoletani non sognano mai; e lo faceva a pagamento: scorrevano i sogni profetici dietro alle sue pupille sbarrate e il divinatore dei numeri del lotto offriva a passi furt450px-Piedigrotta_2007_ok_1050188ivi le sue infallibili combinazioni. Sedeva al suo tavolino il pazientissimo scrivano pubblico che i clienti analfabeti guardavano come un mago: al tavolo, follia commovente, era inchiodato un cartello: «Si traduce il francese! ».

Ma non parlavano francese le battagliere venditrici d’acqua sulfurea: erano cinquanta e più, troneggianti su altrettante seggiole intorno all’unica fonte del prezioso elisir, e la banchina di Mergellina sosteneva tranquilla le risse furibonde che si accendevano per un cliente accaparrato. Su tutt’altra seggiola passava tutt’altro personaggio femminile: variopinta nella veste come un pappagallo esotico, con in capo nastri e merletti, la levatrice, o commara o mammana, veniva condotta al battesimo con la stessa portantina che la sera avrebbe scodellato una ballerina davanti al suo teatro.

E passava, su ancora un altro tipo di trono, alto su argenti e colonnine, con tuba, redingote e collo rigido, il cocchiere del carro funebre.

Cosi Napoli sembrava la pista di un grosso circo al finale dello spettacolo quando attori, animali, acrobati e comici eseguono di nuovo, ma tutti insieme, ognuno il proprio numero.

 

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