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San Gennaro, ecco una piccola fotogallery

San Gennaro, ecco una piccola fotogallery

San Gennaro, storia e foto del santo

San Gennaro. Corna nelle botteghe, nel le case; amuleti agli anelli, alle medagliette, ai bastoni, agli orologi: anche la scienza e la paura nel napoletano sono esibizione, cioè superstizione. E anche la loro religione è, insieme alla fede, ostentazione, spettacolo, cioè idolatria.

E il più grande ‘spettacolo’ è il miracolo della liquefazione del sangue di san Gennaro. Prima di tutto un po’ di storia. Chi era il patrono di Napoli? Le poche notizie sono state ricavate da «Santi e santuari». «Secondo gli Atti Bolognesi [ … ] Gennaro era vescovo di Benevento ai tempi in cui infieriva la persecuzione dell’imperatore Diocleziano (284-305) e nel 305 si trovava in incognito a Pozzuoli, per non venir riconosciuto dai pagani che allora correvano numerosi a consultare la sibilla cumana. san gennaro

A questo punto il racconto introduce un altro personaggio che, come vedremo, avrà molta parte nella vicenda: un certo Sosso (o Sossio, secondo una diversa nomenclatura), diacono di Miseno, che, saputo dell’arrivo a Pozzuoli del vescovo di Benevento, si recò più volte a fargli vi sita in segreto insieme con il diacono Festa e il ‘lettore’ Desiderio. I pagani però smascherarono Sasso e lo denunciarono come cristiano al giudice Dragonzio. Sasso fu incarcerato e condannato ad essere sbranato dagli orsi nel l’anfiteatro puteolano. Gennaro, Festa e Desiderio, appresa la notizia, vollero far visi ta al prigioniero pur sapendo dei rischi a cui andavano incontro. Scoperti, confessarono anch’essi d’essere cristiani e condotti davanti al giudice Dragonzio si rifiutarono di abiurare.

Il giudice comminò loro la stessa pena di Sesso, ma in seguito il supplizio ad bestias fu commutato da Dragonzio (che un’altra leggenda vuole colpito da cecità per l’iniqua sentenza e guarito per le preghiere del santo) nella decapitazione. Tre puteolani, il diacono Procolo e i laici Eutiche e Acuzio, protestarono contro la condanna mentre i martiri venivano condotti al supplizio: e così anch’essi furono condannati a subire la decapitazione che ebbe luogo, secondo la tradizione, il 19 settembre nel Foro di Vulcano presso la Solfatara. Di più su San Gennaro non si sa.

È noto soltanto che egli era di corporatura molto alta [ … ] e che soffriva d’artrite. Al momento della morte, secondo gli stessi studi, Gennaro doveva avere trentacinque anni.

La storia di questo santo, dunque, nell’assoluta mancanza di fonti precise, è tutta postuma e legata a notizie divenute nel tempo in parte leggendarie.

La traslazione delle reliquie alle catacombe napoletane avvenne ad opera del vescovo di Napoli Giovanni I il 13 aprile di un anno imprecisato, ma compreso tra il 413 e il 431. Probabilmente furono deposte in un primo tempo in un sepolcreto gentilizio della famiglia lanuaria presso la tomba del santo vescovo Agrippina. La tomba divenne subito oratorio cimiteriale e in seguito si dovettero ampliare le catacombe per via del crescente e devotissimo culto dei fedeli.

Nell ‘831 Sicone, principe di Benevento, durante l’assedio di Napoli trafugò le ossa del martire per trasportarle nella chiesa di Santa Maria di Gerusalemme in Benevento. Qui, nel 1154, sotto il regno di Guglielmo I, per ragioni sconosciute, le reliquie furono traslate nell’abbazia di Monte Vergine. Soltanto nel 1497 le spoglie furono restituite a Napoli grazie all ‘intervento dell’arcivescovo napoletano Alessandro Carata che le aveva scoperte sotto l’altare maggiore di quella abbazia nel 1480. Da allora le reliquie del patrono (le ossa, il cranio e le ampolle) sono conservate nel duomo di Napoli e affidate alla cura dell’arcivescovado e di una deputazione cittadina presieduta dal sindaco che detiene le chiavi del tesoro di San Gennaro». “È duro!». Uno scoppio di grida disperate accoglie l’annuncio del sacerdote. busto argento san gennaro La folla che aspetta il ‘miracolo di san Gennaro’ urla masticando tra le lacrime nocelle e polpe d’arancia. «Faccela, faccela la grazia, san Gennarino bello, bel lo, bello!». Le ‘parenti del santo’ insultano il Congiunto dispettoso: «Ohé, faccia gialluta, ‘o ffai o nun ‘o ffai!». Ma il Parente ha in fondo sangue di napoletano nella sua ampollina; e questo sangue bolle diligentemente tre volte all ‘anno. Foresta di braccia levate per aria come in uno stadio, un panno bianco sventolato da un chierico come la bandiera del guardialinee dopo il goal.

Campane, folla e organi sparano i loro colpi. E la notte, per più di un’ora ‘e botte sparano oro sul mare. Napoli, questa città che, secondo un ‘immagine di Renato Fucini, «Suda e balla in ciabatte la tarantella» è salva! Poco noto è che nel santuario di San Gennaro è conservata una pietra su cui, secondo la tradizione, poggiò il capo del santo al momento della decollazione. Malgrado i secoli, su questa pietra sono ancora visibili delle macchie di sangue raggrumato che, in coincidenza con la liquefazione del sangue nelle ampolle, si inumidiscono e rosseggiano come se si trattasse di sangue appena versato.

 





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