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Nennella: l'ultima acquaiola

Le “banche dell’acqua” in città erano sparse un po’ dappertutto, circondate da bottiglie, limoni e arance. Le più importanti godevano di un’ampia diffusione, dall’acqua ferrata proveniente dal Serino a quella ricercata

di Telese dal sapore di uova marce. Diversi erano gli acquedotti che fornivano acqua Napoli: quello della “Bolla” era il più antico, risalente all’epoca greca; del XVII secolo era il Carmignano e in città erano note le fonti di Santa Maria La Nova e del Leone a Posillipo.

Ma la più famosa delle acque napoletane era senz’altro la “zuffregna”, la sulfurea che sgorgava a Santa Lucia. Veniva servita fredda come la neve e conservate in piccole anfore di creta, dette “‘e mummarelle”. Un “piatto forte” anche per l’ultima, vera, acquaiola napoletana che si ricordi: la cosiddetta Zì Nennella, che aveva il suo memorabile banco di marmo in piazzetta Teodoro Monticelli, davanti al Palazzo Penne del 1402.

Ella racconta che ogni giorno si recava a prendere l’acqua all’acquedotto a via Costantinopoli:e che l’acqua del Serino, in zona, ce l’aveva solo lei – Zì Nennella, ha smesso l’attività solo nel 2003 per una brutta caduta. – L’acqua e limone, con zucchero o bicarbonato, lo vendeva a 10 lire. I clienti erano soprattutto stranieri: tedeschi e belgi. Ma una volta è andato – raccontava- anche il Presidente Zavoli”.

Nel quartiere la “zia” è un’istituzione; rispettata da tutti e venerata dai più giovani. Il suo vero nome, Vincenza, per anni è rimasto sconosciuto. Prima di lei sua madre aveva avuto quattro figli, tutti morti. Così, “per scaramanzia”, la sua quinta figlia doveva essere semplicemente chiamata ” ‘a Nennella”, ovvero “la bambina”. La chiamavano in questo modo persino a scuola, “l’Elena di Savoia dove ha imparato a parlare italiano”, precisa, e così la nominava anche la “comara” con la quale è cresciuta.

La “banca” l’ereditò dalla nonna. Cominciò a lavorare prestissimo, all’inizio dell’adolescenza e vendeva anche “‘o petrusino”, il prezzemolo, e le “rattatelle”, le granite ricavate da un blocco di ghiaccio.

Non si è mai sposata, sebbene fosse considerata una bella ragazza e i pretendenti non mancassero. Molti clienti, racconta, aspettavano che al banco si calasse a prendere l’acqua per poterle guardarle il seno e si racconta che una volta un fotografo la riprese mentre si stava mettendo il rossetto. Nel suo stesso palazzo abitava per un periodo Matilde Serao, fondatrice de “Il Mattino”, sofferente d’amore a causa del marito “svelto”, come Nennella lo definisce, Eduardo Scarfoglio. Un giorno, si dice che una studentessa messa incinta da Scarfoglio abbandonò il neonato sotto casa della Serao. Donna Matilde, accolse il bambino in casa come fosse stato suo. A rendere famosa la bancaiola fu una foto scattata da Luciano De Crescenzo pubblicata nel suo libro “La Napoli di Bellavista”. Ma oggi, ce l’ha un po’ con lo scrittore: “Non mi ha mai regalato quel libro!”. Nanninella è scampata alla guerra, a tutte le bombe che arrivarono persino a colpire Santa Chiara, ha affidato quel che resta del suo banco a un nipote. E’ un pezzo ancora vivo della Napoli che fu, eterna come quell’acqua che scorre e che da sempre ha caratterizzato la città.

“Chi vo’ vevere, che è fredda!” era il richiamo che

si poteva udire nelle strade del centro storico di Napoli. A pronunciarlo erano i noti acquaiuoli, figure oggi abbastanza rare, che gridavano a squarciagola per richiamare clienti nelle afose giornate napoletane …Oggi per quei vicoli, non se ne sentono più di urla simili…ma sembra se si fa attenzione di sentirle rimbombare in quel passato…

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